martedì 15 settembre 2026

"ARTISTA" E' UNA PAROLA CENSURATA A CASA MIA

 L'arte è la forma più alta della speranza

 

 Non so di chi sia questa citazione, ma detto sinceramente ha colto nel segno. Oggi ragionavo su quella che è la mia vita, nella sua completezza e nei suoi scopi, e sapete cosa si è rivelata una costante? L'arte.

No davvero, sembra una di quelle cose dette giusto per sembrare più di quel che si è. Una di quelle cose che dici giusto per far intendere che sei profondo, e sensibile e tutte quelle stronzate lì. Un'anima tormentata dal cruccio dell'esistenza materiale e bla bla bla. 

Ma cosa rimane quando gratti via questa patina di apparenza? L'arte in tutte le sue forme è diventata così mercificata, così brandizzata, che appena si accenna a quello che potrebbe esserci al di sotto questa facciata potresti non essere nemmeno preso sul serio. 

O almeno è quello che provo io ogni volta che dico "si, la mia passione è l'arte" oppure "si, disegno da quando ero piccola". 

Ne sono terrorizzata, tant'è che non mi sono mai neanche definita un'artista. Eppure quell'aspetto della mia vita è sempre lì. Nonostante io abbia provato in tutti i modi a percorrere altre strade, mi sono sempre ritrovata punto e a capo. 

E allora mi sono chiesta se davvero valesse la pena cercare di scappare da qualcosa che è stata messa appositamente nella mia testa e nella mia anima da questa grande forza superiore che ci genera. Se il mio scopo è fare arte, essere arte, allora perchè non trovo mai pace? 

Credo che la risposta alla mia domanda sia purtroppo quella più scontata e banale: la società. 

Sono cresciuta (come tutti credo) in un contesto in cui perseguire l'arte come professione era assolutamente fuori discussione. Poteva essere un hobby, certo. Qualcosa che potevo utilizzare per rilassarmi e staccare la mente, ma guai a me se anche solo accennavo alla possibilità di trasformarlo in un vero e proprio lavoro. Anche perchè ormai la società ci insegna che il tuo lavoro deve essere la tua ragione di vita, il tuo scopo nel mondo. E se quello scopo non è essere utile materialmente al capitalismo allora no no, fai dietro front e cambia mestiere. Cambia visione. Cambia tutto. 

E così ho fatto, o almeno ci ho provato. Ho fatto quello che ci si aspettava da me. Ho perseguito una carriera socialmente accettabile e utile, e ho resistito. Per due anni. Poi il declino. 

Ho messo in pausa tutto e ho iniziato a scervellarmi: cosa devo fare? Sto perdendo tempo? E' davvero finito tutto senza possibilità di redenzione? 

Si, ero così drammatica. E paranoica, per non dire completamente schizzata. E calcolate che ero nei miei primi anni da adulta, poco più che ventenne, e mi stavo facendo venire una cirrosi epatica da stress perchè non sapevo assolutamente cosa fare della mia vita.

Non che adesso io abbia tutte le risposte, ma me la sto cavando mooolto meglio. 

Ad oggi sono una venticinquenne che sta ricominciando tutto da capo, e sapete cosa? La paura è l'ultima delle cose che provo. Prima questo sentimento diventava così forte dentro di me da essere paralizzante, ma adesso è come se un interruttore si fosse acceso nella mia testa. Come se la prima cosa che mi venisse da dire quando vedo un dirupo è "che cazzo me ne frega, io lo faccio"

Chiamatelo sviluppo completo del lobo frontale, se volete.

So solo che ora mi definisco un'artista senza problemi, perchè è quello che sono. E' quello che sono sempre stata. Avevo soltanto bisogno di tempo (e un arco narrativo alla Berserk) per rendermene conto. 

Non so cosa succederà da ora, ma posso dire di non essere paralizzata dal dubbio e dall'incertezza. Il fallimento può essere dietro l'angolo? Lo affronto. Cado, mi dispero e poi mi ricompongo, come ho sempre fatto. Solo che adesso ci impiegherò molto meno tempo.


E poi che cazzo, tanto tra pochi anni moriamo tutti per via del riscaldamento globale, o l'IA, o una guerra non poi così lontana. Quindi me la godo finchè posso?

Nessun commento:

Posta un commento